L'odore buono del faggio
Tempo di mettere buon legno di faggio a far fuoco. Raccogliere i fogli sparsi e prendere penna, per non farsi sorprendere, gli inverni a venire, impreparato ai ricordi
domenica 27 maggio 2012
Epifanie
Ci sono cose che si capiscono subito. A me è successo con "Epifānijas" di Imants Ziedonis. Io ho capito che dovevo imparare una lingua nuova anche solo per poter leggere Epifānijas. E per cercare un giorno di tradurla.
Imants Ziedonis inizia a scrivere "Epifānijas" nei primi anni '70. La completerà in tre libri. Non è definibile, né classificabile in un genere. Poesia, narrativa, saggio. Fate voi. In Lettonia basta dire "Epifānijas". Si studia a scuola. E si rilegge per una vita intera.
Questo è il capitolo iniziale del primo libro.
E' molto presto. Il sole non ha ancora aperto gli occhi. Mamma deve ancora iniziare a dondolarmi nella culla. Mio padre non è ancora andato a governare i cavalli. Dormono le scarpe nell'andito, come pure le soglie e i sentieri.
Nelle crepe delle assi nel pavimento dorme ancora la sera di ieri. Un sospiro giace dentro lo strofinaccio, e sotto la cenere del camino riposa un'ultima invettiva. Il sonno della sera si riversa nel sonno del mattino, e si risveglia il cappello posato sul tavolo. I cappelli si svegliano al canto del gallo. E' molto presto. Sento che i cappelli mi salutano dall'attaccapanni, e così devo andare.
Io ancora non sono. Non sono mai andato da nessuna parte, non ho afferrato la maniglia della porta, non ho cantato nella rugiada del mattino. Non ho neanche mai visto il sole. Mi hanno detto che si alza presto all'alba fra il terzo e il quarto gallo, o fra qualche altro gallo, forse mi sono confuso, ma è vicina quell'ora, in cui gli uomini ancora fra il sonno hanno smesso di russare e le tende alla finestra si arrossano.
Ho varcato la mia prima soglia, da una qualche immemore e invalicata nebbia mattutina, questa è la mia infanzia.
Il sole ancora non ha fatto capolino, è molto umido, il sentiero si perde dentro la nebbia. Nella lattiginosa foschia del primo albore ho scorto il pozzo. Quell'iniziale cammino conduce dalla soglia al pozzo. Questo lo ricordo: a sinistra il sorbo, a destra il tiglio, il sentiero è duro, camminabile, erba verde ai lati, altra strada non c'è. Questo me lo ricordo.
Nel pozzo c'è acqua. Mi sono sporto dal bordo, giù da qualche parte nel fondo brillava l'acqua. Io dissi: "Ah!". Mi rispose come se cantasse - la voce tornò indietro come dal coro del Gallo Nero. Sopra il pozzo una strana culla. Chi tirava su l'acqua se non c'era alcun uomo? A chi poteva servire quest'acqua così fonda?
Poi si aprì la porta della stanza, mamma entrò e disse: presto spunterà il sole.
E presto tu sarai mio figlio.
Imants Ziedonis (trad. Paolo Pantaleo) - [Diritti riservati]
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domenica 15 aprile 2012
Indagare Onegin. Il teatro, la poesia, la fisica quantistica
C'è Puškin. L'Onegin. E c'è una prima teatrale, allo Jaunais Rīgas teātris diretto dal più talentuoso registra teatrale lettone e forse europeo, Alvis Hermanis. "Oņegins. Komentāri" si chiama lo spettacolo. C'è Onegin, c'è Tatjana e c'è la società russa dell'ottocento che Puškin voleva descrivere, prendendo a pretesto una banale storia d'amore.
E poi c'è Inga Ābele, una delle migliori voci della nuova letteratura lettone, che ha scritto una recensione dello spettacolo diretto da Hermanis. Una cosa a modo suo. Strana anche. C'è dentro il teatro, la fisica quantistica, la creatività, la poetica. Soprattutto. E per finire una poesia di Vizma Belševica.
Io ho provato a tradurre tutto quanto, senza saper bene cosa ne sarebbe uscito. Ma tacerlo mi sembrava impossibile.
di Inga Ābele
Raups una volta ha scritto che la poesia è un piatto pronto che, se uno vuole, può cominciare ad indagare. L'era della poesia, a mio parere, nella storia di ogni uomo e di ogni civiltà finisce quando il bambino smette di portare i pannolini, ossia con l'inizio del pensiero logico, l'uomo si tende e spara la poesia - un attimo concentrato come un proiettile - in qualche direzione, verso qualche vettore.
All'inizio del XX secolo in teatro si recitava poesia attraverso la fisica. L'altra sera ho assistito alla prima dell'Oņegins. Komentāri, allo Jaunais Rīgas teātris, dove il linguaggio poetico si è espresso attraverso la fisiologia. Dagli odori, i pidocchi, i capelli che cascano, le flautolenze, le gocce di mestruazioni del primo atto come Afrodite fra la schiuma di sangue di Urano castrato, così sorge l'amore di Onegin e Tatjana Larina, per finire nel secondo con la morte tornata brutta come una scimmia.
Il secondo atto racconta di più la società aristocratica. Il duello nella società di quell'epoca era una manifestazione dell'incoscienza, dove un uomo, a dispetto del senso comune, poteva uccidere un proprio amico per onore e finire in esilio. Quando i creatori dello spettacolo gettano il guanto di sfida al pubblico, senza che la nostra società plebea contemporanea ovviamente comprenda il concetto d'onore, io mi sento già dentro lo spettacolo e mi sembra persino strano, che la società non insorga e non chiami a duello gli autori dello spettacolo.
Si scambino sguardi, inghiottono il rospo, ma non si alzano ad invitare a duello i creatori, poiché nel duello non combatte già più un aristocratico con un uomo di basso rango, ma nel tempo tutto si è confuso.
Si scambino sguardi, inghiottono il rospo, ma non si alzano ad invitare a duello i creatori, poiché nel duello non combatte già più un aristocratico con un uomo di basso rango, ma nel tempo tutto si è confuso.
Nel tempo lo spettacolo confonde un po' le lingue, sino al finale in cui la Tatjana del JRT risponde in una scansione ritmica all'Onegin del JRT, che risuona già come un testo sacro, dove il russo e il lettone crescono insieme mischiandosi come sangue e carne, formando una lingua nuova.
Infine la profonda poesia di Astrīde Ivaska, che è citata nel programma dello spettacolo, mi lega di nuovo a stretto nodo al mondo incompiuto e io lo metto in tasca. Uscire fra la corrente del pubblico di notte, respirare il vento della strada, in ogni sedile dell'autobus ascoltare i vari rumori dei telefoni, che non si può osare definire musiche, ed io che rifletto su come si possa essere poeti nel nostro tempo.
Un caro amico, fisico quantista, che lavora in Germania alla creazione di un computer quantistico, mi scrive che il linguaggio poetico può essere espresso solo attraverso un sogno comune. Quando gli ho chiesto, come fisico, in che modo esprimere il concetto di tempo, lui ha risposto che i fisici non hanno ancora una risposta univoca. Ne sono rimasta felice - allora i poeti hanno ancora qualcosa da fare! Lui ha precisato - certo, in precedenza furono queste le questioni che hanno tormentato i fisici, dove e come è nato il mondo e come finirà, adesso più che i fisici riguardano i matematici, che provano a simulare attraverso i loro calcoli il movimento dell'elettricità.
Oggi ho trovato in un mio vecchio quaderno, fra le ricette, qualche idea, e le impressioni quotidiane, una poesia di Vizma Belševica, da Dzeltu laika. L'ho letta e subito è stato come quando in una notte di primavera gli uccelli migratori volano sopra la terra patria - non voglio sapere. Solo ammutolire ed essere.
Beati quei poveri di spirito,
dalle menti annebbiate come i prati serotini
poiché a loro appartiene il regno dei cieli
senza cognizione della loro debolezza.
Tu parli forte. E così fino alla fine!
E non mentire, che t'abbia guidato Dio.
Da quando cominciasti a distinguere fra il bene e il male
non esiste paradiso. Tu semplicemente - sai.
E nel deserto roccioso della mente
devi faticare col sudore della fronte
per coltivare una magra illusione,
qualche impalpabile fiore di fragile fede.
Custodire fra le mani la gemma e del respiro
fare incerto riparo in una gelida risata,
terrai per felice quel breve attimo
per il quale ti riuscirà d'ingannare te stesso.
Vizma Belševica (trad. Paolo Pantaleo)
Svētīgi ir tie garā vājie,
Kā vakara pļavas miglotiem prātiem,
Jo viņiem pieder debesu valstība
Savu vājumu neapzināties.
Tu sakies stipra. Tad esi līdz galam!
Un nav ko melot, ka Dievs tevi dzinis.
Kopš sāki atšķirt labu no ļaun
Nav paradīzes. Tu vienkārši – zini.
Un prāta tuksnesī akmeņainā
Tev tagad jāpūlas vaiga sviedros
Ieaudzēt mazu ilūziju.
Kādu gaisīgi trauslu ticības ziedu.
Turēt ap pumpuru plaukstu un elpas
Nedrošo aizvēju ledainā smieklā,
Un laimīgai būt šo īso brīdi,
Uz kuru tev izdosies sevi piekrāpt.
dalle menti annebbiate come i prati serotini
poiché a loro appartiene il regno dei cieli
senza cognizione della loro debolezza.
Tu parli forte. E così fino alla fine!
E non mentire, che t'abbia guidato Dio.
Da quando cominciasti a distinguere fra il bene e il male
non esiste paradiso. Tu semplicemente - sai.
E nel deserto roccioso della mente
devi faticare col sudore della fronte
per coltivare una magra illusione,
qualche impalpabile fiore di fragile fede.
Custodire fra le mani la gemma e del respiro
fare incerto riparo in una gelida risata,
terrai per felice quel breve attimo
per il quale ti riuscirà d'ingannare te stesso.
Vizma Belševica (trad. Paolo Pantaleo)
Svētīgi ir tie garā vājie,
Kā vakara pļavas miglotiem prātiem,
Jo viņiem pieder debesu valstība
Savu vājumu neapzināties.
Tu sakies stipra. Tad esi līdz galam!
Un nav ko melot, ka Dievs tevi dzinis.
Kopš sāki atšķirt labu no ļaun
Nav paradīzes. Tu vienkārši – zini.
Un prāta tuksnesī akmeņainā
Tev tagad jāpūlas vaiga sviedros
Ieaudzēt mazu ilūziju.
Kādu gaisīgi trauslu ticības ziedu.
Turēt ap pumpuru plaukstu un elpas
Nedrošo aizvēju ledainā smieklā,
Un laimīgai būt šo īso brīdi,
Uz kuru tev izdosies sevi piekrāpt.
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domenica 25 marzo 2012
Irena ha sei anni e una grande bambola..
Il 25 marzo 1949 43 mila persone, bambini, donne, anziani, intere famiglie vengono deportate dalla Lettonia in Siberia dal regime sovietico.
Questo blog vuole ricordare quel 25 marzo con un frammento dal libro di Andra Manfelde "Zemnīcas bērni" (I figli della baracca).
Irena ha sei anni e una grande bambola. Forse neppure così grande, ma Irena stessa è così piccola, che la bambola le sembra grandissima. Ci gioca tutta la sera. La veste, la spoglia, la distende, la mette a sedere, l'alza. Suo padre va già a dormire, che ancora Irena è intenta a spogliare la bambola. Dietro la finestra è buio fitto. Il riflesso del viso rotondo della bambola proprio come una piccola luna si riflette debolmente sul vetro. Sembra quasi che attenda il sorgere del sole. Con questa immagine Irena si addormenta.
Ma si desta di soprassalto prima dell’alba. E' successo qualcosa di terribile. Qualcosa di tremendo gira nell'aria, con una forza impietosa ha spinto via ogni sguardo, parola, respiro. Lei non osa guardare coi suoi grandi occhi, né chiedere. Lei improvvisamente non è più una bambina, ma un lucertola gettata sul pavimento, giù dove ci sono le scarpe, i giocattoli, e la polvere. La piccola sorella di due anni sta piangendo. Adesso è Irena che deve occuparsene. La mamma è intenta a zittire la piccola Malda, mentre mette in un fagottino alcune cose e piange forte. La nonna Auguste piange, zia Lidija piange. Tutte piangono, ma non rumorosamente, come si fa quando il pianto riesce alla fine ad alleviare la pena. Né come si piange quando si è colpiti da un lutto. Quel pianto è come una neve che copre tutto, come una pioggia che lava. Il pianto di mamma, di nonna, delle zie invece è come un'improvvisa ventata gelida che è arrivata la mattina del 25 marzo, e che fa scomparire tutte le anemoni, gli uccelli di passo, il flusso dei torrenti. Un pianto disperato e agghiacciato. Ma silenzioso. Inarrestabile, e silenzioso.
A tavola siedono degli uomini con i fucili automatici. Kristaps deve firmare. "Esilio a vita". Krispaps si appoggia alla tavola e scrive. Cosa vuoi dire alla morte che ti osserva con gli occhi di un fucile automatico? Protesti? Devi scrivere. Con un solo gesto devi scrivere che rinunci alla casa, ai cavalli nella stalla, alla terra che resterà abbandonata e incolta, agli alberi, che poi cadranno nel sottobosco, alla sicurezza, al futuro, alla crescita, a tutto quello che c’è qui, adesso, si deve rinunciare.
"Esilio a vita". La parola "a vita" quella mattina ha il prezzo, il peso e la durata dell'eternità. "A vita". Ancora tu non sai niente. Nessun respiro futuro. Dov'è ancora quel treno, che sbatte le persone, molecola per molecola, nel vagone, per ogni secondo di umiliazione, affamandole come bestie. Nessuno lo sa ancora. Le donne piangono, i soldati se ne stanno in silenzio. Se tornerai, se resterai vivo all'estero, o ti manderanno indietro, nessuno sa. E se tu non lo sai, tanto meno lo sanno le tue donne. E tu sei curvo sul tavolo, sotto il tiro dei fucili automatici, circondato da un silenzio estraneo, ti mordi le labbra e firmi per la tua vita. Sulle loro giacche di pelle puoi vedere solo il loro nome, ma loro non fanno caso al fatto che questo misero scarabocchiare nasconde molto di più. "Io Kristaps Emīls Manfelds, figlio di Pēters, farò di tutto per mantenere in vita mia moglie Anna, le mie figlie Irena, Lidija e Malda".
A tavola siedono degli uomini con i fucili automatici. Kristaps deve firmare. "Esilio a vita". Krispaps si appoggia alla tavola e scrive. Cosa vuoi dire alla morte che ti osserva con gli occhi di un fucile automatico? Protesti? Devi scrivere. Con un solo gesto devi scrivere che rinunci alla casa, ai cavalli nella stalla, alla terra che resterà abbandonata e incolta, agli alberi, che poi cadranno nel sottobosco, alla sicurezza, al futuro, alla crescita, a tutto quello che c’è qui, adesso, si deve rinunciare.
"Esilio a vita". La parola "a vita" quella mattina ha il prezzo, il peso e la durata dell'eternità. "A vita". Ancora tu non sai niente. Nessun respiro futuro. Dov'è ancora quel treno, che sbatte le persone, molecola per molecola, nel vagone, per ogni secondo di umiliazione, affamandole come bestie. Nessuno lo sa ancora. Le donne piangono, i soldati se ne stanno in silenzio. Se tornerai, se resterai vivo all'estero, o ti manderanno indietro, nessuno sa. E se tu non lo sai, tanto meno lo sanno le tue donne. E tu sei curvo sul tavolo, sotto il tiro dei fucili automatici, circondato da un silenzio estraneo, ti mordi le labbra e firmi per la tua vita. Sulle loro giacche di pelle puoi vedere solo il loro nome, ma loro non fanno caso al fatto che questo misero scarabocchiare nasconde molto di più. "Io Kristaps Emīls Manfelds, figlio di Pēters, farò di tutto per mantenere in vita mia moglie Anna, le mie figlie Irena, Lidija e Malda".
*
Irena ha sessanta anni, cinque figli, diciassette nipoti e quattro bisnipoti. E' tornata qui nella casa di Kalnieši, stanca per la notte insonne di ricordi ininterrotti, che la mia richiesta gli ha risvegliato. E Irena racconta.
"Ci hanno deportato proprio da questa stanza. Qui papà e mamma dormivano, io invece qui proprio su questo “angolo". Guardo - questa stesso “angolo" della stanza, la finestra, tutto più scuro, sconnesso, ma identico. Tre passi e 60 anni di distanza ci separano da questo posto, di cui Irena adesso parla. Il cuore trema, le tavole secolari del pavimento sembrano risvegliarsi, sembra essere più vicino, davvero vicino a quel momento e a quel giorno, perché la stanza è davvero la stessa, identica e, a quanto pare, il tempo non è onnipotente, specialmente se la memoria umana gli si oppone, specialmente se contro l’oblio tieni fra le mani uno scudo di album di foto.
Irena continua a raccontare: "Eravamo già venuti via da Rolavi, perché papà era riuscito a sapere, in qualche modo, che potevamo essere deportati. Ma poi qualche "benefattore" si vede che aveva detto dove cercarci. Dove altro sarebbe potuto scappare papà! Non poteva nascondersi nella foresta, avrebbero preso mamma. E lei come avrebbe potuto fare, con noi due piccole, e in più un neonato! Sarebbe stata la fine per lei e per noi... Malda, la grande nemica del popolo, compì un anno dopo tre giorni che eravamo chiusi nel vagone del treno. No, non ricordo molto di allora... Ero ancora una bambina, quando spingevano tutti in fila dal vagone giù nei binari per fare pipì, a me non importava, io mi accovacciavo e facevo... Ma come facevano le ragazze più grandi, già signorine, non so.. Erano altri tempi, non come adesso... Le persone si vergognavano di più. C’era un secchio alla porta, da usare. Dicono che ad una fermata lo hanno svuotato addosso ad un soldato. Ma io non l'ho visto...
Erano feroci quei soldati, coi loro cani... Tutto il vagone puzzava, ma noi eravamo bestie, eravamo kulaki. Probabilmente, dovevamo entrare in Russia puzzolenti. Eravamo tanti terribilmente stretti in un solo vagone. Tutto puzzava, tremendamente, i bambini strillavano, gli adulti si mordevano le labbra, erano furiosi perché non sapevano, cosa succederà, dove ci porteranno, cosa faremo... E perché non c'era niente che potevamo fare. Contro chi te la potevi prendere? Contro i fucili automatici? Contro quelli che li tenevano in mano? Per quelli noi eravamo già tutti kulaki. Schifosi sfruttatori. Eravamo affamati, i bambini piccoli piagnucolavano per tutto il vagone, quanto cibo del resto potevi portare da casa! Ma da una parte del vagone si sentiva profumo di lardo. Una famigliola mangiava di nascosto il loro pezzo di lardo e il profumo si spargeva per tutto il vagone. Me lo ricordo. Quanto a lungo viaggiamo, non so. Fu lungo. Forse due settimane, non so. Buio come l'inferno e puzzo ovunque. Qualcuno fra di noi era già morto. Ma io ero solo una bambina. E la mia bambola era rimasta a casa. A guardare dalla finestra verso est.”
"Ci hanno deportato proprio da questa stanza. Qui papà e mamma dormivano, io invece qui proprio su questo “angolo". Guardo - questa stesso “angolo" della stanza, la finestra, tutto più scuro, sconnesso, ma identico. Tre passi e 60 anni di distanza ci separano da questo posto, di cui Irena adesso parla. Il cuore trema, le tavole secolari del pavimento sembrano risvegliarsi, sembra essere più vicino, davvero vicino a quel momento e a quel giorno, perché la stanza è davvero la stessa, identica e, a quanto pare, il tempo non è onnipotente, specialmente se la memoria umana gli si oppone, specialmente se contro l’oblio tieni fra le mani uno scudo di album di foto.
Irena continua a raccontare: "Eravamo già venuti via da Rolavi, perché papà era riuscito a sapere, in qualche modo, che potevamo essere deportati. Ma poi qualche "benefattore" si vede che aveva detto dove cercarci. Dove altro sarebbe potuto scappare papà! Non poteva nascondersi nella foresta, avrebbero preso mamma. E lei come avrebbe potuto fare, con noi due piccole, e in più un neonato! Sarebbe stata la fine per lei e per noi... Malda, la grande nemica del popolo, compì un anno dopo tre giorni che eravamo chiusi nel vagone del treno. No, non ricordo molto di allora... Ero ancora una bambina, quando spingevano tutti in fila dal vagone giù nei binari per fare pipì, a me non importava, io mi accovacciavo e facevo... Ma come facevano le ragazze più grandi, già signorine, non so.. Erano altri tempi, non come adesso... Le persone si vergognavano di più. C’era un secchio alla porta, da usare. Dicono che ad una fermata lo hanno svuotato addosso ad un soldato. Ma io non l'ho visto...
Erano feroci quei soldati, coi loro cani... Tutto il vagone puzzava, ma noi eravamo bestie, eravamo kulaki. Probabilmente, dovevamo entrare in Russia puzzolenti. Eravamo tanti terribilmente stretti in un solo vagone. Tutto puzzava, tremendamente, i bambini strillavano, gli adulti si mordevano le labbra, erano furiosi perché non sapevano, cosa succederà, dove ci porteranno, cosa faremo... E perché non c'era niente che potevamo fare. Contro chi te la potevi prendere? Contro i fucili automatici? Contro quelli che li tenevano in mano? Per quelli noi eravamo già tutti kulaki. Schifosi sfruttatori. Eravamo affamati, i bambini piccoli piagnucolavano per tutto il vagone, quanto cibo del resto potevi portare da casa! Ma da una parte del vagone si sentiva profumo di lardo. Una famigliola mangiava di nascosto il loro pezzo di lardo e il profumo si spargeva per tutto il vagone. Me lo ricordo. Quanto a lungo viaggiamo, non so. Fu lungo. Forse due settimane, non so. Buio come l'inferno e puzzo ovunque. Qualcuno fra di noi era già morto. Ma io ero solo una bambina. E la mia bambola era rimasta a casa. A guardare dalla finestra verso est.”
Andra Manfelde "Zemnīcas bērni" (traduzione Paolo Pantaleo)
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venerdì 2 marzo 2012
Gaujarts "Pītā dziesma"
Si chiamano Gaujarts e sono stati scelti come la miglior band di musica alternativa lettone nel 2011.
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venerdì 17 febbraio 2012
Quando si deve difendere la propria lingua
Domani in Lettonia si vota per un referendum voluto dalla minoranza russofona che chiede che il russo diventi seconda lingua nazionale accanto al lettone.
I lettoni pensano che se questo accadesse, ciò costituirebbe una pericolosissima minaccia per la loro lingua. Il russo è parlato da quasi 600 milioni di persone, in Russia e nelle ex repubbliche sovietiche. Il lettone invece è parlato da meno di due milioni di persone, e la Lettonia è l'unico luogo dove questa lingua può sopravvivere ed essere valorizzata. Per questo in queste settimane c'è stata una fortissima partecipazione di popolo, guidata da artisti, scrittori, politici, intellettuali, registi, attori, giornalisti, per portare più gente possibile alle urne e dare un segnale forte in difesa del lettone. Contro il russo lingua ufficiale in Lettonia. Per questo il PRET (contro) del post precedente.
Qui il mio articolo pubblicato da Il Post che cerca di spiegare un po' le cose.
Qui su Baltica tutto il resto degli articoli scritti in questi mesi sul referendum.
I lettoni hanno dovuto proteggere e salvare la loro lingua durante tutto il periodo dell'occupazione sovietica, quando il russo era la lingua ufficiale. Dopo l'indipendenza pensavano finalmente di aver ottenuto il diritto ad un paese, ad una identità e ad una lingua nazionale. Dopo venti anni sono chiamati di nuovo a lottare per difendere la loro, meravigliosa lingua. Tutto il resto lo dice Māra Zālīte in questa poesia. Mi sembrava il giorno giusto per ripubblicarla qui.
Valoda (Lingua)
Lingua, tu sei un fiume quieto,
dove nuda e calda mi immergo,
serbando compassione di quell'attimo
e senza comprenderne l’eternità.
Lingua, sei sangue e carne,
per i miei liquidi pensieri vagabondi.
Amo te e ognuno,
che per tuo tramite
raggiunge le mie orecchie,
quieto fiume.
Solo in te io sento l’eternità,
mentre guado in quello stesso punto, dove sempre,
dove sempre tutti, tutti e sempre.
Bagnami i piedi di parole,
parla la voce del sangue, sussurra e
riempi le volte celesti.
Quieto fiume.
Ecco, io sono.
Tu solo puoi
essermi testimone.
serbando compassione di quell'attimo
e senza comprenderne l’eternità.
Lingua, sei sangue e carne,
per i miei liquidi pensieri vagabondi.
Amo te e ognuno,
che per tuo tramite
raggiunge le mie orecchie,
quieto fiume.
Solo in te io sento l’eternità,
mentre guado in quello stesso punto, dove sempre,
dove sempre tutti, tutti e sempre.
Bagnami i piedi di parole,
parla la voce del sangue, sussurra e
riempi le volte celesti.
Quieto fiume.
Ecco, io sono.
Tu solo puoi
essermi testimone.
Māra Zālīte (trad. Paolo Pantaleo)
Valoda, tu esi mirguļojoša upe,
kurā kailu un siltu es gremdēju sevi,
žēlojot mirkli
un mūžību neizprotot.
Valoda, tu esi asins un miesa
manām nezinnokurienes plūstošām domām.
Es mīlu tevi un katru,
kas pieskaras manai dzirdei
caur tevi,
mirguļojošā upe.
Tikai tevī es izjūtu mūžību,
iebrienot tajā pat vietā, kur vienmēr,
kur visi vienmēr, visi un vienmēr.
Skalojas man ap kājām vārdi,
asinsbalss runā, čukst un
piepilda velves.
Mirguļojoša upe.
Lūk, es esmu.
Vienīgi tu to vari
apliecināt.
kurā kailu un siltu es gremdēju sevi,
žēlojot mirkli
un mūžību neizprotot.
Valoda, tu esi asins un miesa
manām nezinnokurienes plūstošām domām.
Es mīlu tevi un katru,
kas pieskaras manai dzirdei
caur tevi,
mirguļojošā upe.
Tikai tevī es izjūtu mūžību,
iebrienot tajā pat vietā, kur vienmēr,
kur visi vienmēr, visi un vienmēr.
Skalojas man ap kājām vārdi,
asinsbalss runā, čukst un
piepilda velves.
Mirguļojoša upe.
Lūk, es esmu.
Vienīgi tu to vari
apliecināt.
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giovedì 16 febbraio 2012
domenica 12 febbraio 2012
Non provare a toccarmi con quelle mani
La reazione dell'ometto grande quando si è accorto che sua mamma, per la prima volta in vita sua, si è messa lo smalto rosso sulle unghie...
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Dziesma manai pilsētai
(Canzone per la mia città)
Tāpēc saucu tevi es par mīļu
saucu par skaistu, gaišu un siltu...
Šī ir dziesma manai pilsētai
Pilsētai, kas ir šai rītā skaista
Kaut gan skaista tā ir vienmēr
Tikai naktīs atsevišķās vietās baisa
Šī ir dziesma manai pilsētai
Tās namiem, ielām, torņiem, tiltiem
Vārdus aukstām ziemas dienām
Vasarīgiem vakariem tik ļoti siltiem
Questa è una canzone per la mia città,
così bella questa mattina,
anche se bella lo è sempre.
Solo le notti spaventosa in certi posti
Questa è una canzone per la mia città
Per i suoi palazzi, le vie, le torri, i ponti
parole per le fredde giornate d'inverno
Tāpēc saucu tevi es par mīļu
saucu par skaistu, gaišu un siltu...
Šī ir dziesma manai pilsētai
Pilsētai, kas ir šai rītā skaista
Kaut gan skaista tā ir vienmēr
Tikai naktīs atsevišķās vietās baisa
Šī ir dziesma manai pilsētai
Tās namiem, ielām, torņiem, tiltiem
Vārdus aukstām ziemas dienām
Vasarīgiem vakariem tik ļoti siltiem
Questa è una canzone per la mia città,
così bella questa mattina,
anche se bella lo è sempre.
Solo le notti spaventosa in certi posti
Questa è una canzone per la mia città
Per i suoi palazzi, le vie, le torri, i ponti
parole per le fredde giornate d'inverno
per le sere d'estate così calde
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domenica 29 gennaio 2012
I boschi intorno a Mārupe
I boschi intorno a Mārupe sembrano enormi eserciti innevati, tante lunghe distese di soldatini. Pini, betulle, abeti rossi, la maggior parte ritti sull'attenti, nel loro alto e bianco profilo. Alcuni, i più fragili e giovani curvi sotto lo strato di neve che li ingobbisce fino al suolo. Paiono inchinati di fronte all'inverno.
E' arrivato solo da poco, quest'anno, dopo un autunno che sembrava non finire mai. Ma adesso l'inverno vero morde coi suoi meno quindici di giorno. Oggi, in un giorno di sole chiaro e pallido che si perde nell'azzurro del cielo del nord.
Sotto quel sole freddo e lucente passeggiavamo sopra uno dei tanti piccoli laghi in mezzo a quei boschi. Basta grattare via il primo strato di neve e già compare il grigio acquoso della lastra di ghiaccio sulla superficie del lago. Agli ometti sembrava una meraviglia, scostare quella neve e ritrovarsi il lago sotto i piedi.
A che serve che racconti ancora la meraviglia che mi prende. Ancora, dopo più di dieci anni? Queste distese bianche, i boschi, il pane nero la sera, “Kurzemite” fra le mani, Ziedonis che non finisce stupirmi, di abbagliarmi. Come questo sole invernale che rimbalza sul lago di ghiaccio.
E poi Riga. Con Kazaks nelle orecchie ogni volta che torno dal centro sul mio tramvajs numero dieci, e appena dopo il Gaismas Pils, ecco Pardaugava, quieta e lenta, con quella ruvida dolcezza che ti afferra. Le stradine innevate, le casettine in via delle patate, in via delle cipolle. E le villette dei ricchi, che sanno bene dove andare a pescare gli angoli ancora illibati e genuini della Riga lontana dalla gente, dai turisti e dai rumori di una città qualunque.
Serve ancora, scrivere tutto questo, dopo tutti questi anni? E per tutti quelli che ancora ci saranno?
E per tutte le cose che ancora ci sono da leggere e da vivere, gli incontri da fare, le partite della Dinamo la sera alla tv, con grauzdiņi e birra accanto alla poltrona, gli slittini dei bambini per scendere dai dossi di neve in Arkadijas Parks. Scrivere ancora tutto questo? Kam vajag?
Nu, varbut tikai man vajag...
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sabato 14 gennaio 2012
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